
Uno dei miei libri preferiti è 'La Zona Morta' di Stephen King. David Cronenberg, nel 1983, ne ha tratto forse il suo film più debole, malgrado un grande Christopher Walken. La serie televisiva omonima è discreta, ma nulla più. Il Johnny Smith protagonista di quel libro è il prozio del personaggio interpretato da Matt Damon in 'Hereafter'. Simili capacità: Johnny al tatto leggeva passato e futuro. Matt mette invece in comunicazione con l'aldilà. Tutto il dolore che si porta dietro il protagonista di quel libro, per il peso di un fardello che piano piano lo annienterà, ha il potere di coinvolgere e struggere il lettore. In 'Hereafter' invece il dolore è un fatto superficiale: basta il profumo di una sottana a far dimenticare a Matt Damon che comunicare coi morti non è come prendersi una pastiglia. E' questo, insieme a tanti, uno dei tanti difetti di un film terribilmente insipido che si chiama 'Hereafter'.
Chi scrive ama Clint Eastwood alla follia. Ma probabilmente Clint ha smesso di voler rischiare. A 80 anni una pausa è più che legittima. Ma, forse, fare un film all'anno non è il migliore dei tramonti. Si incorre magari, per la troppa foga, in sceneggiature raffazzonate. Come quella di questo film, o come quella del coevo 'Invictus', un altro film sbagliato. Lo script di Peter Morgan e così tanto prevedibile che fa sorridere. All'inizio, poi alla fine del film indispone. La bella giornalista francese (la comunque brava Cecile de France) durante il terribile tsunami del 2004 sbatte la testa e, prima di riprendere i sensi, si fa una passeggiata in un aldilà fatto di flash bianchi con persone sfocate che si agitano su fondali indefiniti. Wow. Poi si risveglia, torna in Francia e decide di scrivere un libro su questa esperienza. Un ragazzino perde il suo inseparabile gemello in un incidente stradale e si mette a cercare su internet dei medium per parlare con l'aldilà. Un medium americano ha smesso di contattare i morti e, dopo aver incontrato una ragazza a un corso di cucina che gli chiede di fargli vedere l'aldiquà (con esiti ovviamente tragici), decide di andare a farsi un viaggio di riflessione in Europa. Pensate che vi abbia raccontato la prima mezzora di film? No, questa è praticamente la trama. Un insulto a tutta la filmografia di Clint Eastwood.
Dove voleva andare a parare Clint? Non si capisce. La morte va accettata come un mistero e tentare di scandagliarne i contorni è sbagliato? Mah. La vita va vissuta senza aver paura della morte? Eh. Io non sono riuscito a capire cosa volesse dire il regista. Su alcuni giornali ho intravisto elogi alla 'visione laica' della morte che suggerirebbe la pellicola. Io ho solo visto un film scollato, telefonato, dove non c'è la minima emozione né un personaggio al quale valga la pena affezionarsi. E dove mancano tutti i temi cari al cinema Eastwoodiano. E sorvoliamo sull'accozzaglia di passaggi illogici. Il bambino lasciato da solo alla fiera del libro, dopo che era stato protagonista di un tentativo di fuga dai genitori adottivi.Il marito della giornalista francese che, dopo averle dimostrato amore incondizionato durante tutto il film,la molla al ristorante confessandole che si è messa con la collega che l'ha rimpiazzata sul lavoro. Tanta confusione.
“Chi è il padrone di questo cesso?”. Peter Morgan. Per piacere, Peter Morgan.
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