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giovedì 10 gennaio 2013

2012 - LA TOP TEN DEI MIGLIORI FILM


Ecco mia la classifica dei migliori film 2012. Una menzione speciale va al campione d'incassi 'Intouchables' (Quasi Amici, prodotto però nel 2011), a 'A simple Life di Ann Hui (anche lui 2011), a Moonrise Kingdon di Wes Anderson e Amour di Haneke. Lincoln di Spielberg devo ancora vederlo.

10 – IL CAVALIERE OSCURO, IL RITORNO (Christopher Nolan) – Il film non è particolarmente piaciuto a chi scrive. La pellicola dell'enfant prodige angloamericano però ha messo la parole fine e impacchettato per gli hipster di tutto il mondo, in maniera unica (purtroppo non coerente, secondo me), una trilogia che ha fatto storia. Nolan ha ridato interesse al giustiziere di Bob Kane (I film di Burton, meravigliosi, erano comunque troppo personali, soprattutto il secondo) e ha consacrato il blockbuster d'autore come nuovo genere cinematografico. Ci era già riuscito Raimi col secondo splendido Spiderman, ma va bene uguale.
9 – COSMOPOLIS (David Cronenberg) – Un film complesso. Una pellicola che riprende molti dialoghi del libro di DeLillo (non tra i suoi migliori), esasperandone la cripticità. Ma a tratti questo aspetto avvince. Un Cronenberg lontano sia dal body horror, sia dal racconto per simboli di Spider, History e Eastern Promises. Tra i difetti, come detto, l'estenuante verbosità, tra i pregi alcune metafore davvero potenti sul binomio moneta/vita e sul sarcofago Limousine. Immenso come al solito Paul Giamatti, che in 10 minuti ruba la scena a tutti. L'unità monetaria è il topo.
8 – JOAQUIN PHOENIX (The Master, Paul Thomas Anderson) – Un attore, un film. Incredibile, mostruosa la performance del vecchio Commodo, completamente immerso nella gabbia dello psicotico Freddie Quell. Il film, per chi scrive, è la grande occasione mancata del talentuoso Anderson, ancora troppo innamorato di istantanee da culto e movimenti di macchina alla Brian De Palma, meno delle storie. Un film interessante, assolutamente non il capolavoro del regista (Boogie Nights dieci volte superiore.
7- MONEYBALL (Bennett Miller) – Il film sorpresa. Inesportabile oltre i confini yankee? Di baseball ce n’è tanto è vero, ma la notizia è che c’è anche il cuore. Belli i flashback sull’adolescenza del protagonista, toccante la stilizzazione del rapporto con la figlia. Un film sullo sport ai tempi della crisi. Gioiellino che verrà rivalutato tra qualche tempo.
6 – END OF WATCH (David Ayer) – Probabilmente il miglior film dello sceneggiatore-autore David Ayer, quello che firmò il ‘Training day’ di Fuqua. Belle le atmosfere di downtown Los Angeles, ruvide alcune scene, credibili le dinamiche tra poliziotti e criminalità organizzata. Ci sono il bene e il male chiaramente divisi, ma il racconto regge e il tempo vola. Finale amaro, film sottovalutato.
5 – REALITY (Matteo Garrone) – “Bello, forse un po’ assurdo”: così commentava una ragazza seduta alle mie spalle, al cinema. Il bello è che di assurdo del film non c’è proprio nulla. Pellicola coraggiosa che racconta vizi, stravizi, illusioni e povertà dell’Italia degli anni Zero. Col Grande Fratello come simbolo della vacuità delle nuove aspirazioni dell’italiano medio. Il microcosmo napoletano è strepitoso nella prima mezzora. Sorprendenti i tocchi visionari del regista. Da urlo la sequenza finale. Per me il miglior film italiano dell’anno.
4 – AVENGERS (Joss Whedon) – Megablockbuster che diverte oltre ogni più rosea previsione. Perfettamente bilanciati tutti i personaggi: miracolo. Splendido Hulk-Ruffalo (terzo tentativo: sarà la volta buona?), Cap America più interessante rispetto al film, Robert Downey Jr. ai livelli del primo IronMan dopo la delusione del sequel. A Thor la battuta migliore sul villain Loki: “Non è mio fratello, è adottato”. Joss Whedon ha in mano il matchpoint del sequel, una speranza: meno casino nei cieli, più relazioni interpersonali. Ma finora bene così.
3- LO HOBBIT (Peter Jackson) – Non ho capito molte delle recensioni che ho letto su questo film. Da Tolkieniano incallito, io lo promuovo con poche riserve. Azzeccato il tono da commedia, sontuosa la visualizzazione di Erebor, meraviglioso il prologo su Smaug, stupenda la lunga sequenza a Casa Baggins. Difetti: le jacksonate. Troppi lupi mannari, inutili alcune aggiunte(Azog non mi ha convinto). Bella la scelta di inserire Dol Guldur e quindi il Bianco Consiglio, non troppo convincente Radagast. Da storia del cinema la sequenza degli indovinelli con Gollum (Serkis inarrivabile) e Bilbo (Martin Freeman superbo). Ad maiora, Peter.
2 – IL SOSPETTO (Thomas Vinterberg) – Il Dogma è il passato, Vinterberg abbraccia il presente e lo fa magnificamente. Storia con dinamiche forse prevedibili, ma ne ho visti davvero pochi di film danesi cosi avvincenti. Tra le chiarissime nebbie di un'atmosfera anni '70 (ma è ambientato ai giorni nostri) si arriva a immedesimarsi completamente col protagonista, un bravissimo (e ci mancherebbe) Mads Mikkelsen. Vinterberg piazza la violenza nei momenti giusti (memorabile la scazzottata del supermarket) e confeziona un finale che non delude.
1- ARGO (Ben Affleck) - “Argo vaffanculo!”. La supercazzola di Alan Arkin è già culto. Forse non vincerà l'Oscar, ma l'ex nonno sboccato di Miss Little Sunshine è riuscito a rubare la scena a un sontuoso cast. Il film di Affleck, però, è soprattutto altro. Tesa, asciutta, coinvolgente malgrado un finale risaputo, la pellicola del sottovalutato regista convince sia per il realismo delle parti più crude, sia per la brillantezza delle ispirate parti comiche. Non il film della maturità (chi scrive, per ragioni di gusto, preferisce il fulgido heist movie 'The Town'). Senza dubbio, invece, il miglior film del 2012.

venerdì 15 ottobre 2010

THE TOWN, LA SECONDA SPLENDIDA VITA DI BEN AFFLECK


Ogni fan di Michael Mann, in maniera religiosa, dovrebbe trovare un angoletto nella propria casa, incastrarci una specie di altarino e metterci su una foto di Ben Affleck.
Se 12 anni fa, alla fine della proiezione di 'Armageddon', qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei glorificato il regista Affleck, sicuramente non gli avrei creduto. E invece mi trovo qui, esausto, a dire non solo che 'The Town' è il miglior 'robbery movie' (film basato sulle rapine) dai tempi di 'Heat'.

Ma anche che Ben Affleck è riuscito nell'impresa più difficile. Quella di non sbagliare l'opera seconda, quella storicamente più impegnativa per i giovani talenti (Chiedere a: Richard Kelly, Bryan Singer, Darren Aronofsky, Joe Carnahan ecc.). Già perché 3 anni fa in molti sobbalzarono sulla sedia davanti a 'Gone baby gone'. Il nuovo film di Ben Affleck fa di più: vince e convince.

La storia è semplice. Siamo a Charlestown, quartiere di Boston dove tutti (o quasi) rapinano banche per diletto. Il protagonista (Affleck) è un genio organizzativo e guida una banda di rapinatori. Non sanguinari, non violenti: semplicemente puliti e perfetti nell'esecuzione. Un giorno però qualcosa va storto (e qui entra in gioco il rimando a 'Heat'): il braccio destro di Affleck (Renner) per la fuga dopo il colpo si porta appresso un ostaggio, il direttore di banca.
La rapina riesce. Tutto bene? Non proprio: quel direttore di banca, rilasciato dopo la fuga, è una donna che rimane scossa per l'accaduto. Affleck decide di sincerarsi del suo decorso post traumatico. Siamo appena all'inizio del film.

Per una trama così lineare, colpisce la sicurezza del regista. Il rischio era concreto: perdersi e inciampare in una serie di luoghi comuni da serie tv di bassa lega. Invece Affleck sa cosa fare e dimostra subito di avere un pregio: lui, oltre a farlo, il cinema lo guarda. Conosce gli autori e le regole del genere: c'è Mann in tutta l'amicizia virile che lega lui e i suoi compagni. C'è Peckinpah nel crepuscolarismo di personaggi che in verità sono degli antieroi. Conosce Don Siegel e schiaccia l'acceleratore proprio nelle scene d'azioni più complesse. I dialoghi non sono mai banali, il film ha un ritmo sostenuto che non annoia, l'ambientazione urbana è di notevole impatto. E poi la profondità dei personaggi, il punto forte della pellicola. Affleck dà vita a un capobanda gentiluomo memorabile. E' un Neil McCauley (De Niro in 'Heat') meno cinico. Ma anche lui applica la famosa regola: “se vuoi fare il lavoro del rapinatore non devi avere affetti o fare entrare nella tua vita niente da cui non possa sganciarti in 30 secondi netti se senti puzza di sbirri dietro l'angolo”. E tanto mi basta.

E che dire di Jeremy Renner: la sua interpretazione conferma che le lodi ricevute per 'The hurt locker' non erano casuali. Rebecca Hall ci regala una protagonista femminile intensa, sofferta, che nelle scene finali del film ci strappa via il cuore per l'emozione. Convince anche il ritratto del poliziotto Jon Hamm. Lui probabilmente ha un faccione a modo troppo da serial televisivo. Ma il personaggio è scritto bene e la sua interpretazione regge.

E poi le rapine: adrenalina. Non è una cosa scontata: la spettacolarizzazione dei colpi in banca è un'arma a doppio taglio: puoi passare dalla noia all'esaltazione in un decimo di secondo. Invece Affleck non si abbandona ai fronzoli e ci regala un inseguimento in macchina tra i vicoli da antologia. Steve McQueen apprezza e ringrazia.

Infine....il finale. Tanto romanticismo mi ha decisamente spiazzato. E quell'espressione del volto di Affleck alla finestra, che in un attimo passa dalla delusione alla felicità pura, riassume da sola il concetto di complicità tra un uomo e una donna.
L'unico difetto: il solito Ben che si spara una marea di pose e che non si risparmia una-inquadratura-una che lo faccia apparire bello bellissimo.
Ma, a parte questo, davvero complimenti.