giovedì 9 giugno 2011

THE SOURCE CODE. RIPENSARCI SOLO 8 MINUTI E CAPIRE CHE E' GRANDE CINEMA


L'ufficiale dell'aeronautica Colter Stevens (Jake Gyllenhall) entra a far parte di un programma governativo sperimentale che sta indagando su un attentato ferroviario. Colter è costretto a rivivere l'incidente attraverso 8 minuti del passato. Deve riuscire a individuare il responsabile e prevenire il prossimo attacco terroristico.

Nel caso di Duncan Jones verrebbe da dire: evviva il Dna. Se sei figlio di David Bowie magari puoi essere un po' instabile. Ma non potrai mai diventare un completo idiota. La storia delle mele cadute a chilometri dall'albero è interminabile, ma il caso del giovane regista è tra quelli felici, quasi commoventi. Dopo 'Moon', che ha fatto gridare al miracolo (un coraggioso sci-fi in tempi di magra; non un capolavoro, un ottimo inizio), Duncan è tornato con un secondo elogio alla fantascienza più ortodossa, il cubo di Rubik 'The Source code'. Perché è proprio quest'integralismo che colpisce, del figlio di Bowie. La sua opera seconda è un purissimo film di genere. Un inizio in medias res, una trama con alcuni buchi, ipotesi scientifiche non riscontrabili nella realtà, futuri alternativi, finali alternativi. Tutto quello che abbiamo imparato da Dick e Asimov. Ma cosa c'è di bello, oltre allo stile? Il cuore, c'è di bello il cuore. Jones sa anche caratterizzare i personaggi. Cosa non di poco conto, se pensiamo che il principale difetto degli action movie è quello di affettare caratteri e sfumature. A immedesimarsi col protagonista ufficiale della marina americana, come un eroe hitchcockiano catapultato in un intrigo di cui non conosce nulla, ci si mettono davvero 20 minuti. Molti critici hanno parlato di un film-videogame. L'effetto è quello, per le generazioni più giovani. Ma credo che un esperto cinefilo possa riscontare nella pellicola di Jones dei valori antichi: il fascino dell'investigazione, il sapore immortale della corsa contro il tempo e la ruffianeria romantica di una lovestory intrecciata alla spystory.

Credo che 'The Source Code' sia come Inception sarebbe dovuto essere. Veloce, immediato, dogmatico nel suo essere 'irreale'. Senza spiegoni inutili. Jones dimostra che con un budget non stratosferico, ma con qualche idea in più e meno spocchia, si possa fare un film di fantascienza superiore anche a Inception. Basta saper descrivere, saper caricare lo spettatore con un tema musicale incisivo. Sound and vision. Del resto qualcuno prima di lui l'aveva detto. L'augurio? Vedere Duncan Jones lasciato nella nicchia, a languire tra le produzioni indipendenti. Ci piace così, con le pezze sul posteriore ma traboccante di invenzioni. Ho fiducia in lui, come suo padre 40 anni fa quando gli dedicò il pezzo 'Kooks':

"Will you stay in our Lovers' Story. If you stay youn won't be sorry. 'Cause we believe in you. Soon you'll grow so take a chance"

Dopo aver visto 'The Source Code', ripensateci soltanto per 8 minuti. Basteranno per capire che è grande cinema.

giovedì 5 maggio 2011

HABEMUS PAPAM, IL PONTEFICE DI MORETTI E' UN UOMO


Sgombriamo il campo da due questioni. 'Habemus Papam' non è un film contro la Chiesa e non è un film sulla Chiesa. Non è un capolavoro e non è nemmeno un passo falso. E' un'importante tappa nella carriera registica di Nanni Moretti. Sembrerebbe una pellicola complessa, almeno nella prima ora. Invece, dopo alcuni giorni di estenuanti riflessioni, sono arrivato a una conclusione: 'Habemus Papam' è una storia che ha un'unica pretesa: quella di raccontare. In maniera semplice, lineare. Tanto cinema classico e poco 'morettismo' in senso stretto.

Veniamo ai pregi. Sono due: Michel Piccoli e il film quando in scena c'è soltanto Michel Piccoli. L'attore francese si sottrae, scappa, passeggia a testa bassa, mormora, osserva. Un personaggio tratteggiato in maniera superba e diretto con grandissimo amore. Quasi con commozione. Un Papa bello perché umano. La pretesa del regista è quella di dimostrare che tutti siamo uomini. Anche un Pontefice. E il dubbio è sinonimo di intelligenza, e l'infallibilità non è di questo mondo. E nel 2011 l'inadeguatezza è un sentimento comune. Piccoli, da solo, interpreta forse tre o quattro generazioni. Non soltanto un 85enne che vorrebbe rivivere la sua vita. Ma anche tutti gli uomini, anche più giovani, che per un motivo o per l'altro non si sono sentiti pronti ad assumere un ruolo.

Chiunque, a questo punto, vorrebbe trovare chissà quali significati nascosti, chissà quali metafore. E' Nanni Moretti, non Gabriele Muccino. Beh, il bello è che il significato è davanti agli occhi. L'uomo è libero di fare le sue scelte. Anche un balcone di piazza San Pietro può rimanere vuoto. Nulla dovrebbe essere ineluttabile. Per un Papa. Per i fedeli. Per i cardinali del conclave costretti al completo distacco dalla realtà. La ribellione a un qualcosa che sta per calare dall'alto è lecita e doverosa. Qui c'è tutto il messaggio di un ateo come Moretti. Che non se la prende con la Chiesa. Ma che da essa prende spunto per riflettere su cosa vuol dire 'scegliere' nel 2011

Difetti: i cardinali e lo psicanalista di Moretti. Non so perché, ma il macchiettismo dei porporati mi è sembrato eccessivo. Io sarei stato più cupo, in alcuni frangenti, meno caricaturale. E poi il personaggio interpretato dal regista mi è sembra gratuito. Quasi un automaggio a precedenti ruoli (Caro Diario, Aprile). Divertente, per carità. Ma fuori luogo. Il film, senza queste due zavorre, sarebbe stato più godibile e più originale. Se la satira anticlericale è assente, a tratti è assente anche quel tasso di serietà che si converrebbe in un film così ben girato e fotografato.

Infine il teatro. Anche qui, non voglio arrampicarmi per trovare metafore. Trovo solo che il teatro sia cosa bella, dolce e delicata. Come l'animo umano, che non vuole mai sentirsi prigioniero. L'omaggio di Moretti a questa forma d'arte riempie il film. Peccato per quel senso di incompiutezza che si porta appresso il finale. Magari il vero messaggio è tutto lì, in quel buio oltre le tende.

martedì 19 aprile 2011

FATEVI PRENDERE A CALCI DAI NERD CON LO SPLENDIDO KICK ASS


"Perché nessuno vuole essere un supereroe, tipo Spiderman, ma tutti vogliono diventare Paris Hilton? Non ha nemmeno le tette". L'interrogativo, che pesa come un macigno sulle nostre coscienze, manda in brodo di giuggiole i NERD orgogliosi di tutto il mondo e temporaneamente fuori sincrono il giovane Dave Lizewski. 'Kick Ass', la graphic novel fatta film che racconta della rapidissima ascesa di Dave dalla polvere dimenticata di una fumetteria alla vita incosciente da giustiziere diurno, non ha un difetto uno che sia lecito. Al contrario, i pregi illeciti abbondano.

Ad esempio la facilità nel divertire e nel creare una mitologia degna della miglior saga supereroistica. I meriti vanno divisi equamente. Da una parte il creatore su carta Mike Millar. Dall'altra il regista dal talento incontenibile Matthew Vaughn. L'incontro empatico di due creativi vincenti ha fatto venir fuori una pellicola che ti gratta il palato. Non solo: ti fa sembrare intelligente una manciata di popcorn e ti riporta a un cinema che sfrutta il fascino ingenuo di un ottimo cartone anni 80.

Dicevamo della storia. Dave, stufo di essere invisibile al mondo, compra un costume ridicolo su eBay e passeggia per le strade cercando gattini e pupe da salvare. Fino a quando le prende.
Ma ne prende così tante da invogliare qualcuno a riprendere il pestaggio con l'iPhone e schiaffarlo in tempo reale su YouTube. Il film a quel punto arriva a un bivio. Potrebbe perdersi come un Daredevil qualunque. Invece no. Niente riuscirà a superare i primi 45 folgoranti minuti. Ma la storia regge facendo equilibrismo sul filo dei generi, delle battute, delle inverosimiglianze. Ma perché Kick-Ass è un film imperdibile? Vediamo.

1- Le citazioni.
Anche Tarantino sarà impallidito davanti al mausoleo di rimandi. Io ci provo con un elenco alla Saviano: Spiderman, Hulk, Alan Moore, Civil War, X-Men, Michael Mann, Park Chan-Wook, Ang Lee, Batman, Brian De Palma, Mike Mignola, Guillermo Del Toro, Tarantino, Kill Bill, Una vita al massimo, Peckinpah, Ghost Dog (gli scagnozzi di D'Amico arrivano cn la Freccia Rossa dal film di Jarmusch). E qualcosa dimentico sicuro.

2- La storia.
Perché regge. In tanti criticano la scelta del regista: il film dopo una prima parte 'credibile' passa a una seconda 'illogica'. Nel senso che spuntano dei veri supereroi, a fronte dello sfigato Kick-Ass. Si perde il ragionamento di fondo. Proprio no. Anzi.

3- La colonna sonora. Avrei voluto scegliere io tutte quelle canzoni splendide e metterle nei posti giusti.

4- Gli attori.
La piccola Chloe Moretz è un qualcosa di triturante. Se davvero, come si vocifera, sarà la piccola Nikki che cercherà vendetta in Kill Bill vol.3, beh aspettiamoci grande cose. Lizewski è perfetto, Mintz-Plasse è meravigliosamente figlio di papà. Ma soprattutto ritroviamo Nicholas Cage in un ruolo degno. Forse il migliore dai tempi (non esaltanti) di 'Stregata dalla luna' e 'Via da Las Vegas'. Infine il protagonista Aaron Johnson: il paladino più passivamente adorabile dei cinecomics.

Probabilmente il film più vicino a 'Kick-Ass' rimane 'Kill Bill vol.1'. Entrambi divertono in maniera assolutamente simile. E' questa l'onda pop che mi piace. Quella piena di cultura: conoscenza della musica, conoscenza del cinema, un'autoironia mai grossolana, una manciata di dialoghi folgoranti e un regista che sa prendersi dei rischi. Esempio opposto di popcorn movie inutile? 'Sherlock Holmes', per dirne uno. Qual è la differenza? Abissale: perché un regista con talento può cambiare completamente un film. Un regista solo presuntuoso può distruggerlo. Matthew Vaughn, continua così'.

mercoledì 23 febbraio 2011

BLACK SWAN, IL FILM PERFETTO (QUASI) DI DARREN ARONOFSKY


Quanto è grande Darren Aronofsky? A giudicare dalla qualità di 'Black Swan' ('Cigno nero', ma il titolo originale è troppo superiore) proprio tanto. I registi sono il bello del cinema. Quelli bravi però: Aronofsky è grande perché i suoi film sono immediatamente riconoscibili. Come un pittore, Darren possiede delle pennellate che rimangono sulla pelle dello spettatore. 'Black Swan' è il film della consacrazione. Perché è cattivo, oscuro, angoscioso, onirico, delirante. Ovvero è Darren Aronofsky.

La particolarità del film è una: l'atmosfera del film riflette lo stato d'animo della protagonista.
La cappa di angoscia e disperazione, prima rarefatta poi tremenda come un morso alla giugulare, non è altro che il cuore di Nina. Prima bianco. Poi nero. Prima perfettino con la mano tremante. Poi perfetto con la cattiveria a fior di pelle. La camera a mano, quasi una soggettiva, mette in simbiosi lo spettatore con il battito cardiaco della protagonista. E non viene nascosto nulla: abrasioni, unghie rotte, paranoie, incubi, impulsi sessuali. Il lavoro di Aronofsky, da questo punto di vista, è incredibilmente pulito. In più l'ambiente casalingo di Nina, arredato con una madre ex ballerina fallita e una cameretta da teenager americana qualsiasi e mai cresciuta, ci spiega grazie a due movimenti di macchina perché la ragazza non conosce il sesso e, in massima parte, la vita.

Ma perché, a parte il talento del regista, 'Black Swan' è un film ai limiti del capolavoro? Perché è un concerto tecnico. Colonna sonora, montaggio, fotografia, sonoro, inquadrature, recitazioni. Tutto è sincronizzato in maniera meticolosa. Piaccia o no, Aronofsky è riuscito a dare al film una stupenda circolarità. E i momenti puramente visionari (che non rivelerò), quando lo spettatore non è affatto convinto se ciò che sta vedendo è realtà o incubo, rimarranno nella memoria.

E quanti rimandi al cinema di riferimento. Facile pensare a Cronenberg se prendiamo ad esempio un film come 'Spider', dove il maestro canadese cerca (e ci riesce) di dare forma ai pensieri di uno schizofrenico. Ma non basta: gli incubi lynchani (Eraserhead, Velluto Blu), le allucinazioni alla Polanski (Repulsion, Rosemary's Baby), i chiari omaggi a Scarpette Rosse di Powell e Pressburger. Il tutto è meravigliosamente coordinato. E lascio stare i visibili rimandi alla breve, ma intensa, filmografia del regista: da rivedere 'Pi', 'Requiem for a dream', 'The Fountain' (flop meritato) e lo splendido 'The Wrestler'.

Ma al di là dello sfoggio tecnico, Aronofsky si conferma un autore che sa dirigere bene gli attori.
Natalie Portman deve vincere l'Oscar come miglior attrice. E non solo perché fisicamente si è sottoposta a un duro lavoro. No, deve vincerlo e deve ringraziare Aronofsky, come accaduto a Mickey Rourke per 'The Wrestler'. Le scelte registiche valorizzano ogni minima espressione di Natalie e ci mettono al corrente di qualsiasi leggero cambio di umore. Stesso ottimo lavoro Aronofsky lo fa con la rivale Lily, interpretata dalla sorprendente Mila Kunis (già notevole in 'The Book of Eli'). La madre, che ha il volto di una spettrale Barbara Hershey, dà il vero tocco horror al mood della pellicola. Cassell promosso, come anche sono promosse una crepuscolare Winona Ryder e l'ambientazione nei viscidi corridoi della danza.

Ma veniamo ai difetti. Sicuramente, in alcuni momenti, Aronofsky eccede. E si autocompiace della voglia di grand-guignol. Penso a un bagno in cui Natalie si sveglia di soprassalto, o ai quadri che occhieggiano dalla parete in momenti poco opportuni, oppure all'insistito dettaglio delle unghie spezzate della protagonista. Si può criticare una certa freddezza di fondo, visto che i protagonisti si lasciano andare a pochissimi slanci emozionali. Ma, a fronte dei rischi prima commentati, certi difetti passano comodamente in cavalleria.

Manca poco alla notte degli Oscar. Facile pronosticare un Oscar per la Portman.
Difficili le altre categorie, su tutte quella per il miglior film. Ma cosa lascia al cinema 'Black Swan'? Per me una convinzione: c'è ancora bisogno di registi che sappiano raccontare le storie in maniera personale. Aronofsky non ha inventato niente. Ma ce ne fossero oggi tanti registi coraggiosi come lui.

giovedì 3 febbraio 2011

LA MIA VERSIONE: HO RICEVUTO UNA CAREZZA DAL BURBERO BARNEY PANOFSKY


Alcuni film sono come carezze. E, badate bene, non per forza si tratta di film d'amore. Non stiamo parlando obbligatoriamente di 'Love Story', piuttosto che di 'Harold e Maude' o di 'Insonnia d'amore'. Alcune belle pellicole, grazie a degli attori in gran forma e a un regia elegante, possiedono proprio la delicatezza di una carezza. E' il caso, sorprendente, di 'La Versione di Barney'.

La paura era la solita: libro interessante, film svilente. I casi recenti di 'Soffocare' di Pahlaniuk e 'The Road' di McCarthy (ma sul secondo il parere è molto personale, visto che il film è piaciuto a tutti tranne che a me) mi mettevano in guardia. Invece il regista Richard C. Lewis compie un mezzo miracolo: rilegge il testo di Mordecai Richler con intelligenza e passione. Sparisce quasi totalmente la cattiveria di fondo dell'immarcescibile Barney Panofsky. Quello letterario è un protagonista che non si fa amare completamente. E' distante da tutti. Sia dai personaggi che incontra, sia dal lettore. Il Barney tratteggiato in maniera superba da Paul Giamatti, invece, si porta dentro vizi e difetti di ognuno di noi. E' rissoso, ma romantico. E' indisponente, ma sensibile. E' superficiale, folle e orgoglioso. Sarà stato bravo Giamatti, ma la profondità del personaggio filmico quasi supera quella dell'eroe letterario. Il libro rimane un capolavoro. Il lavoro di Lewis non delude e coccola le aspettative.

La sceneggiatura del film, come detto, è ben bilanciata. La parabola di vita di Barney culla il lettore con una delicatezza inaspettata. Con una poesia a tratti travolgente. E alla fine ti sorprendi a immedesimarti, a tifare per lui. A volerlo come padre, se non come nonno.

Il cast a tratti ruba la scena al protagonista. Splendide le tre mogli Panofsky. Menzioni d'onore per Minnie Driver (Mrs.P) e Rosamund Pike (Miriam). La Pike in particolare, nel finale, ci regala un paio di sguardi malinconici che stringono il cuore. Azzeccate le caratterizzazioni dell'amico Boogie, dei suoceri Charnofsky e anche dello sciroccato padre Izzie, interpretato forse dal miglior Dustin Hoffmann degli ultimi dieci anni. Il tutto condito da una costante, flautata poesia.

Insomma un film che è un distico di parole sussurrate. Grottesco nella trama, illuminante nei dialoghi, malinconico nel finale. Poco graffiante, forse, rispetto al libro. Ma è pur sempre un sincero, grande cinema: ci sono pellicole tronfie che si reggono su molto meno.

martedì 1 febbraio 2011

HEREAFTER. AL DI LA' DEL CINEMA DI CLINT: DELUSIONE


Uno dei miei libri preferiti è 'La Zona Morta' di Stephen King. David Cronenberg, nel 1983, ne ha tratto forse il suo film più debole, malgrado un grande Christopher Walken. La serie televisiva omonima è discreta, ma nulla più. Il Johnny Smith protagonista di quel libro è il prozio del personaggio interpretato da Matt Damon in 'Hereafter'. Simili capacità: Johnny al tatto leggeva passato e futuro. Matt mette invece in comunicazione con l'aldilà. Tutto il dolore che si porta dietro il protagonista di quel libro, per il peso di un fardello che piano piano lo annienterà, ha il potere di coinvolgere e struggere il lettore. In 'Hereafter' invece il dolore è un fatto superficiale: basta il profumo di una sottana a far dimenticare a Matt Damon che comunicare coi morti non è come prendersi una pastiglia. E' questo, insieme a tanti, uno dei tanti difetti di un film terribilmente insipido che si chiama 'Hereafter'.

Chi scrive ama Clint Eastwood alla follia. Ma probabilmente Clint ha smesso di voler rischiare. A 80 anni una pausa è più che legittima. Ma, forse, fare un film all'anno non è il migliore dei tramonti. Si incorre magari, per la troppa foga, in sceneggiature raffazzonate. Come quella di questo film, o come quella del coevo 'Invictus', un altro film sbagliato. Lo script di Peter Morgan e così tanto prevedibile che fa sorridere. All'inizio, poi alla fine del film indispone. La bella giornalista francese (la comunque brava Cecile de France) durante il terribile tsunami del 2004 sbatte la testa e, prima di riprendere i sensi, si fa una passeggiata in un aldilà fatto di flash bianchi con persone sfocate che si agitano su fondali indefiniti. Wow. Poi si risveglia, torna in Francia e decide di scrivere un libro su questa esperienza. Un ragazzino perde il suo inseparabile gemello in un incidente stradale e si mette a cercare su internet dei medium per parlare con l'aldilà. Un medium americano ha smesso di contattare i morti e, dopo aver incontrato una ragazza a un corso di cucina che gli chiede di fargli vedere l'aldiquà (con esiti ovviamente tragici), decide di andare a farsi un viaggio di riflessione in Europa. Pensate che vi abbia raccontato la prima mezzora di film? No, questa è praticamente la trama. Un insulto a tutta la filmografia di Clint Eastwood.

Dove voleva andare a parare Clint? Non si capisce. La morte va accettata come un mistero e tentare di scandagliarne i contorni è sbagliato? Mah. La vita va vissuta senza aver paura della morte? Eh. Io non sono riuscito a capire cosa volesse dire il regista. Su alcuni giornali ho intravisto elogi alla 'visione laica' della morte che suggerirebbe la pellicola. Io ho solo visto un film scollato, telefonato, dove non c'è la minima emozione né un personaggio al quale valga la pena affezionarsi. E dove mancano tutti i temi cari al cinema Eastwoodiano. E sorvoliamo sull'accozzaglia di passaggi illogici. Il bambino lasciato da solo alla fiera del libro, dopo che era stato protagonista di un tentativo di fuga dai genitori adottivi.Il marito della giornalista francese che, dopo averle dimostrato amore incondizionato durante tutto il film,la molla al ristorante confessandole che si è messa con la collega che l'ha rimpiazzata sul lavoro. Tanta confusione.

“Chi è il padrone di questo cesso?”. Peter Morgan. Per piacere, Peter Morgan.

mercoledì 29 dicembre 2010

I 10 MIGLIORI FILM DEL 2010


10 – Il Profeta di Jacques Audiard, dramma carcerario sorpresa della stagione, è un film che ha fatto incetta di premi nei festival di tutto il mondo. Particolarmente lodati il protagonista Tahar Rahim e la confezione realista.

9 – La storia di Mammuth, eroe dei nostri tempi che fa i conti col suo passato, potrà anche essere risaputa. Ma il film ci restituisce un Gerard Depardieu in forma smagliante. Occhio a Gustave de Kervern e Benoît Delépine, due registi che hanno talento da vendere.

8 - The Messenger. Perla dell'ultimo cinema indipendente, la pellicola di debutto di Over Moverman riflette sulla guerra senza retorica. Consigliato a chi cerca un film che parli di attualità senza voler compiacere a tutti i costi lo spettatore. In grande forma Woody Harrelson, bravissima Samantha Morton

7 – Secondo me Inception non è il miglior film di Christopher Nolan. E non è nemmeno tutto questo capolavoro. Però bisogna dargli un merito: ha fatto parlare di sé oltre ogni previsione. Ha aperto dibattiti, scatenato prese di posizione, ringalluzzito culture cinematografiche sopite. Ambizione e coraggio, a Nolan va dato atto almeno di questo.

6 – La prima cosa bella è un film di Virzì al cubo. Si torna a Livorno, si torna a un certo cinismo che si era un po' perso per strada nelle ultime pellicole, ma soprattutto si riporta in primo piano un canovaccio degno della migliore commedia italiana. Strepitosa Stefania Sandrelli, convincente Mastrandrea. E' un film che può piacere all'Academy, tifiamo per lui.

5- Qui vado controcorrente. Codice Genesi (The Book of Eli nel più corretto titolo originale) è un film che mi è piaciuto tantissimo. Anche se la critica l'ha stroncato quasi all'unanimità. I fratelli Hughes volevano mettere su pellicola un fumettone che avesse i toni epici del western mescolati a una robusta visionarietà. Ci sono riusciti alla grande. Il racconto regge dall'inizio alla fine, e il tanto criticato colpo di scena finale può essere apprezzato, davvero, soltanto da chi ama il linguaggio del fumetto. Sorprendente cameo di Jennifer Beals.

4- Come doveva finire la saga di Toy Story? Esattamente come finisce il numero 3. Poesia infinita. Grazie Pixar. Verso l'infinito, e oltre.

3- L'uomo che verrà è il miglior film italiano degli ultimi anni. Esce in sordina, attesissimo da chi aveva amato 'Il vento fa il suo giro'. Cresce e vince un meritatissimo David, ricordando a tutti come la Seconda guerra mondiale non sia un argomento già troppo dibattuto. Fotografato splendidamente e recitato con una naturalezza che spiazza, il film di Giorgio Diritti entra a pieno diritto tra i titoli più belli che raccontanto la memoria del nostro Paese.

2- The Town, per chi scrive, è un piccolo gioiello. E' un intreccio di generi: un po' di polar (incontro tra poliziesco e noir) e molto heist movie (rapine). E' un'opera coraggiosa nei toni che porta la firma di un regista, Ben Affleck, che non è più una sorpresa. Palese il tributo, nei testi e nella caratterizzazione dei personaggi, al miglior cinema di Michael Mann.

1 – Il miglior film del 2010 segna un'epoca. The Social Network non è solo un film recitato alla grande e girato magistralmente. E' un compendio di cinema maturo, nel quale si fondono perfettamente una sceneggiatura inossidabile, una colonna sonora da urlo e una capacità di avvincere lo spettatore che non si registrava da anni. Auspicabile una meritata messe di premi agli Oscar.

domenica 28 novembre 2010

CATTIVISSIMO ME. MOLTE IDEE CHE DANNO UN'ALTERNATIVA


I lungometraggi di animazione, da circa 10 anni, si dividono tra Pixar e non Pixar. Difficile definire un film Pixar. Negli anni i vari Bird, Lasseter e Stanton hanno tirato fuori una serie di capolavori naturalmente ineguagliabili (Nemo, Monters&co., gli Incredibili,Ratatouille,Up). Facile definire un film non Pixar: debole. Storie straviste, personaggi che troppo devono ai classici Disney, dialoghi a volte senza senso e, soprattutto, tematiche adulte neanche minimamente abbozzate. Esempi? Kung-fu Panda, Shark tale, un paio di Shrek, il secondo Madagascar,la Gang del bosco, Koda fratello orso, Mucche alla riscossa. 'Cattivissimo me' si piazza proprio nel mezzo: è un film intelligente che non proviene dalla Pixar.

In breve: il signor Gru, di professione, fa il ladro di celebri monumenti. E' scorbutico, permaloso, legatissimo alla madre. Con lui vivono soltanto una miriade di piccoli esserini, chiamati Minions. Un giorno Gru conosce tre piccole orfanelle. Prima le usa per entrare nella reggia del suo acerrimo rivale Vector. Poi, però, lentamente ne rimane conquistato. E la prova finale sarà molto più difficile che rubare una semplice piramide.

La pellicola di Pierre Coffin e Chris Renaud (Illumination entertainment) non inventa niente di che. Ma ciò che si vede è fresco, scattante, sorprendente visivamente. La suite musicale orchestrata da Pharell Williams sembra uscita da un poliziesco americano anni 70: accattivante. La storia non vive di colpi di scena. Ma vive di personaggi.
Il burbero Gru, ufficialmente il figlio del critico Anton Ego (Ratatouille), è solo il divertente perno sul quale girano una serie di personaggi memorabili. I Minions, cugini degli Oompa Lumpa, sono inarrivabili: ognuno di noi vorrebbe averli a casa propria. E ogni minima gag con loro funziona. Le tre orfanelle sono adorabili. E quando le si sente parlare della voglia di essere adottate, si fa fatica a trattenere la lacrimuccia d'ordinanza. Il villain Vector sembrerebbe uscito direttamente da 'Gli Incredibili'. Ripetitivo? Forse. Ma un paio di sue battute sono folgoranti. E infine l'algida mamma. Più cattiva del figlio. E tremendamente familiare.

Un film che supera il 'già visto' con un ritmo indiavolato. Non un cartone adulto come 'Up'. Ma ci si avvicina. Un'opera che si pone a metà tra 'Coraline' di Selick (un capolavoro, per chi scrive) e appunto 'Gli Incredibili'. La piccola Margo è la piccola Boo (Monster&co., del quale si attende nervosi il sequel) con 2-3 anni in più? Prendiamolo come un affettuoso omaggio per chi sembrerebbe inarrivabile. Si, c'è vita oltre la Pixar.

giovedì 18 novembre 2010

THE SOCIAL NETWORK: UN FILM CHE FOTOGRAFA UN'EPOCA E SEGNA LA MATURITA' DI DAVID FINCHER


In una sera d'autunno del 2003, dopo essere stato mollato dalla sua fidanzata, lo studente di Harvard Mark Zuckerberg, un genio dell'informatica, siede al suo computer e inizia con foga a rubare tutte le foto delle studentesse delle università cittadine. Crea un sito, ci ficca dentro tutte le foto, chiede agli utenti di votarle. Ventimila contatti in due ore e il sistema informatico di Harvard va in crash. L'impresa viene notata da tre studenti, che chiedono a Mark di creare una nuova community che sia altra rispetto a MySpace: ognuno dovrò poter metterci la propria biografia, con tanto di foto. Siamo agli albori di Facebook.

Che cosa rende un film un'opera epocale? Che cosa lo consacra immortale perché attaccato col bostik a un preciso periodo storico? Non è sicuramente un attore, piuttosto che un'attrice particolarmente quotata. E' solo il racconto, la capacità di inquadrare quegli anni, che fa la differenza. Due film epocali sono 'Il Laureato' (1967, di Mike Nichols, culto) e 'Cinque pezzi facili' (1970, di Bob Rafelson con uno splendido Jack Nicholson). Avevano dentro un moto di rivoluzione: lo spettatore di oggi può utilizzarli per capire quel periodo. 'The Social Network', ottavo lungometraggio di David Fincher, è un film epocale perché fotografa gli anni zero in maniera perfetta. In più, secondo chi scrive, è l'atteso film della maturità per il 48enne regista americano, reduce dal buco nell'acqua del megapolpettone 'Il curioso caso di Benjamin Button'.

E proprio dal 'Curioso caso' si dovrebbe partire. Fincher, più a suo agio con una storia che abbia un sapore investigativo, rispetto al suo ultimo film si trasforma. Niente lungaggini e niente virtuosismi da kolossal. 'TSN' è una pellicola asciutta, acuta, pulita, adulta. Ci sono tutti gli ingredienti del tuo libro preferito: amore, tradimenti, gelosie, sesso, denaro, sete di potere, solitudine. La scelta di raccontare l'ascesa dell'idea (rubata? A voi il giudizio) del gelido Mark Zuckerberg attraverso due indagini legali è assolutamente vincente. La sceneggiatura di Aaron Sorkin, sorretta da una raffica di dialoghi geniali, riesce a dare un ritmo tale al film che le due ore planano. Non esistono attimi di stanchezza: un po' per la regia di Fincher, genitore di una serie di trovate notevoli (il campo-controcampo della litigata iniziale tra Mark e la fidanzata, il montaggio frenetico durante la creazione di 'facemash', la geniale visualizzazione in ombra/luce dei gemelli Winklevoss). Un po' per la fantastica colonna sonora del duo Trent Reznor (Nine Inch Nails) - Atticus Ross (autore del bellissimo score di 'The Book of Eli'). Ai due, tanto per intenderci, si perdona anche il clamoroso plagio dell'intro di 'Boys&Girls' dei Blur.

E questo è il Fincher che io amo. Non il Fincher ridondante del 'Curioso caso' o troppo cervellotico di 'The Game' e 'Panic room'. Il regista è tornato ai livelli dei suoi tre film migliori, ovvero 'Seven, 'Fight Club' e 'Zodiac'. E' tornato a raccontare delle storie in maniera personale, senza eccessi. Ha ricominciato a farlo con freddo realismo e con la capacità rara di avvincere lo spettatore che tutti gli riconoscevano. Un film adulto come questo, cioè un film che sa affascinare soltanto attraverso la forza dei dialoghi, segna il raggiungimento della definitiva maturità artistica.

E il messaggio? Un film epocale parla da solo. Eppure il regista non prende una posizione netta. Sospende il giudizio. Da una parte ci sono Mark Zuckerberg e tutte le persone che vorrebbero essere al suo posto. Dall'altro c'è Erika Allbright, la sua ex fidanzata, che se vogliamo rappresenterebbe tutte quelle persone che odiano i social network. Tanti amici virtuali significano soltanto solitudine. Un messaggio così banale non sarebbe da David Fincher. Infatti nessuna moralina, nessun metaforone. Facebook cresce ogni istante. Non lo puoi fermare, non riesci ad arginarlo, puoi solo scegliere se sottostare alle sue regole. Nessuno però, a proiezione finita, è costretto a scegliere dove stare. Nè per quanto riguarda la propria opinione sul fenomeno, nè per quanto concerne le singole battaglie legali (ogni personaggio ha la possibilità di dare la sua versione: Rashomon dice niente?). La scena finale è emblematica.

Sugli attori il discorso non potrebbe non essere entusiastico. In effetti un film ben riuscito, di solito, deve tanto alla compattezza del cast. Jesse Eisenberg dà vita a un protagonista freddo, nerd, stronzo, egoista. Ma anche a tratti generoso, sincero, ingenuo per quanto non attaccato ai soldi, semplice. Attore solido, farà strada. Andrew Garfield (attenzione: sarà il nuovo Peter Parker nel reboot di Spiderman di Mark Webb) invece è la rivelazione. Il giovane Eduardo Saverin è il personaggio più complesso. Saverin ama e odia Zuckerberg, e Garfield cattura questo mare di sensazioni contrastanti in maniera magistrale. Bravo anche Justin Timberlake nei panni del creatore di Napster, Sean Parker. Timberlake deve fare lo sciupafemmine spiantato e furbastro: ci riesce alla grande e magari non ha dovuto sforzarsi poi tanto. In parte anche la fidanzata Rooney Mara, che nei pochi momenti che ha a disposizione tira fuori il meglio di sé. E, infine, una menzione d'onore per Armie Archer. Il biondone interpreta i due gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, olimpionici di canottaggio a Pechino e 'veri' padroni dell'idea Facebook. Non avevo capito che l'attore fosse uno solo. Quindi, gabbato dall'effetto speciale, devo dare merito ad Armie, interprete di due gemelli mai troppo simpatici né troppo antipatici che rimarranno nella memoria (mitica la scena di loro due a confronto col rettore di Harvard).

Cosa aggiungere? Facebookiamo? Fai il refresh? Aggiorni la bacheca? La foto è figa?
Ecco, 'The Social Network' è un film cool, figo. Non c'è pubblicità (effetti speciali), non si paga (attori inutili), niente che sia palloso. E' quello il segreto. La festa non può finire alle 11. E d'ora in poi, dopo aver chiesto l'amicizia a qualcuno, attendere la risposta di conferma non sarà più la stessa cosa.

giovedì 4 novembre 2010

LA PASSIONE: LO SPETTATORE SUBISCE L'ENNESIMA FICTION TRAVESTITA DA FILM


Un regista praticamente sull'orlo del ritiro e in crisi d'ispirazione (Silvio Orlando) viene ingaggiato per dirigere la rappresentazione della Passione di Cristo in un piccolo paese toscano. Qui combatterà con la propria incapacità di riscatto e con una piccola comunità sostanzialmente immobile. E' difficile commentare un film senza capo né coda come 'La Passione' di Carlo Mazzacurati. Noioso, inconcludente e privo di un qualsiasi significato evidente. Non riesco a capire come si possa finanziare un film del genere. Non vedevo una pellicola così inutile dai tempi dell'ormai mitologico 'Million Dollar Hotel' di Wim Wenders. Mentre subivo la proiezione mi sforzavo di trovare un senso alla trama, un senso ai personaggi, un senso allo sviluppo della pellicola. Arrivato alla fine, soppesato l'imbarazzante finale, mi sono chiesto perché. Cosa avrà voluto comunicare Mazzacurati? Lo straniamento di un artista davanti a un mondo nel quale non si riconosce più? Originale.

Ma andiamo con ordine: qual è il principale difetto del film? E' quello dei prodotti medi del cinema italiano attuale. Sono delle fiction trasposte sul grande schermo. La regia monocorde, i dialoghi inutili, le musichette fastidiose e, non ultima, l'immancabile presenza di personaggi macchiettistici che neanche la domenica sera su Rai Uno. Purtroppo il cinema italiano soffre di questa grave malattia. E fin quando il pubblico chiederà di vedere filmetti finanziati con 4 soldi, anziché opere autoriali che diano un contributo artistico, saremo costretti a sorbirci infiniti calici amari.

Poi la sceneggiatura. Mazzacurati, del quale avevo visto un paio di discreti film (Il toro, La giusta distanza), butta giù un copione inconcludente, dove i personaggi fanno cose senza senso con supremo sprezzo del ridicolo. Il protagonista è un regista sfigato che non ha voglia di fare niente, e che di riflesso trasmette allo spettatore una specie di ignavia latente. Il personaggio di Kasia Smutniak, che avrebbe meritato uno sviluppo migliore, sta lì a guardare il film da dentro da spettatrice non pagante. Il primo caso di metacinema inconsapevole. Corrado Guzzanti, a dir poco sprecato, capeggia una serie di macchiette di paese che vorrebbero far sghignazzare, ma che imbarazzano per insipienza. La Capotondi regge sulle sue spalle tutta la critica di Mazzacurati al sistema cinema. Mah.

Quando mi chiedono: “Ma ti piace il cinema italiano? Non ne parli mai”. Io rispondo da snob: “Mi limito a Sorrentino, Crialese, Garrone e ovviamente Nanni Moretti”. E' una frase limitativa e scontata. Ma dopo aver visto certi film, quasi mi darei ragione.