martedì 1 febbraio 2011

HEREAFTER. AL DI LA' DEL CINEMA DI CLINT: DELUSIONE


Uno dei miei libri preferiti è 'La Zona Morta' di Stephen King. David Cronenberg, nel 1983, ne ha tratto forse il suo film più debole, malgrado un grande Christopher Walken. La serie televisiva omonima è discreta, ma nulla più. Il Johnny Smith protagonista di quel libro è il prozio del personaggio interpretato da Matt Damon in 'Hereafter'. Simili capacità: Johnny al tatto leggeva passato e futuro. Matt mette invece in comunicazione con l'aldilà. Tutto il dolore che si porta dietro il protagonista di quel libro, per il peso di un fardello che piano piano lo annienterà, ha il potere di coinvolgere e struggere il lettore. In 'Hereafter' invece il dolore è un fatto superficiale: basta il profumo di una sottana a far dimenticare a Matt Damon che comunicare coi morti non è come prendersi una pastiglia. E' questo, insieme a tanti, uno dei tanti difetti di un film terribilmente insipido che si chiama 'Hereafter'.

Chi scrive ama Clint Eastwood alla follia. Ma probabilmente Clint ha smesso di voler rischiare. A 80 anni una pausa è più che legittima. Ma, forse, fare un film all'anno non è il migliore dei tramonti. Si incorre magari, per la troppa foga, in sceneggiature raffazzonate. Come quella di questo film, o come quella del coevo 'Invictus', un altro film sbagliato. Lo script di Peter Morgan e così tanto prevedibile che fa sorridere. All'inizio, poi alla fine del film indispone. La bella giornalista francese (la comunque brava Cecile de France) durante il terribile tsunami del 2004 sbatte la testa e, prima di riprendere i sensi, si fa una passeggiata in un aldilà fatto di flash bianchi con persone sfocate che si agitano su fondali indefiniti. Wow. Poi si risveglia, torna in Francia e decide di scrivere un libro su questa esperienza. Un ragazzino perde il suo inseparabile gemello in un incidente stradale e si mette a cercare su internet dei medium per parlare con l'aldilà. Un medium americano ha smesso di contattare i morti e, dopo aver incontrato una ragazza a un corso di cucina che gli chiede di fargli vedere l'aldiquà (con esiti ovviamente tragici), decide di andare a farsi un viaggio di riflessione in Europa. Pensate che vi abbia raccontato la prima mezzora di film? No, questa è praticamente la trama. Un insulto a tutta la filmografia di Clint Eastwood.

Dove voleva andare a parare Clint? Non si capisce. La morte va accettata come un mistero e tentare di scandagliarne i contorni è sbagliato? Mah. La vita va vissuta senza aver paura della morte? Eh. Io non sono riuscito a capire cosa volesse dire il regista. Su alcuni giornali ho intravisto elogi alla 'visione laica' della morte che suggerirebbe la pellicola. Io ho solo visto un film scollato, telefonato, dove non c'è la minima emozione né un personaggio al quale valga la pena affezionarsi. E dove mancano tutti i temi cari al cinema Eastwoodiano. E sorvoliamo sull'accozzaglia di passaggi illogici. Il bambino lasciato da solo alla fiera del libro, dopo che era stato protagonista di un tentativo di fuga dai genitori adottivi.Il marito della giornalista francese che, dopo averle dimostrato amore incondizionato durante tutto il film,la molla al ristorante confessandole che si è messa con la collega che l'ha rimpiazzata sul lavoro. Tanta confusione.

“Chi è il padrone di questo cesso?”. Peter Morgan. Per piacere, Peter Morgan.

mercoledì 29 dicembre 2010

I 10 MIGLIORI FILM DEL 2010


10 – Il Profeta di Jacques Audiard, dramma carcerario sorpresa della stagione, è un film che ha fatto incetta di premi nei festival di tutto il mondo. Particolarmente lodati il protagonista Tahar Rahim e la confezione realista.

9 – La storia di Mammuth, eroe dei nostri tempi che fa i conti col suo passato, potrà anche essere risaputa. Ma il film ci restituisce un Gerard Depardieu in forma smagliante. Occhio a Gustave de Kervern e Benoît Delépine, due registi che hanno talento da vendere.

8 - The Messenger. Perla dell'ultimo cinema indipendente, la pellicola di debutto di Over Moverman riflette sulla guerra senza retorica. Consigliato a chi cerca un film che parli di attualità senza voler compiacere a tutti i costi lo spettatore. In grande forma Woody Harrelson, bravissima Samantha Morton

7 – Secondo me Inception non è il miglior film di Christopher Nolan. E non è nemmeno tutto questo capolavoro. Però bisogna dargli un merito: ha fatto parlare di sé oltre ogni previsione. Ha aperto dibattiti, scatenato prese di posizione, ringalluzzito culture cinematografiche sopite. Ambizione e coraggio, a Nolan va dato atto almeno di questo.

6 – La prima cosa bella è un film di Virzì al cubo. Si torna a Livorno, si torna a un certo cinismo che si era un po' perso per strada nelle ultime pellicole, ma soprattutto si riporta in primo piano un canovaccio degno della migliore commedia italiana. Strepitosa Stefania Sandrelli, convincente Mastrandrea. E' un film che può piacere all'Academy, tifiamo per lui.

5- Qui vado controcorrente. Codice Genesi (The Book of Eli nel più corretto titolo originale) è un film che mi è piaciuto tantissimo. Anche se la critica l'ha stroncato quasi all'unanimità. I fratelli Hughes volevano mettere su pellicola un fumettone che avesse i toni epici del western mescolati a una robusta visionarietà. Ci sono riusciti alla grande. Il racconto regge dall'inizio alla fine, e il tanto criticato colpo di scena finale può essere apprezzato, davvero, soltanto da chi ama il linguaggio del fumetto. Sorprendente cameo di Jennifer Beals.

4- Come doveva finire la saga di Toy Story? Esattamente come finisce il numero 3. Poesia infinita. Grazie Pixar. Verso l'infinito, e oltre.

3- L'uomo che verrà è il miglior film italiano degli ultimi anni. Esce in sordina, attesissimo da chi aveva amato 'Il vento fa il suo giro'. Cresce e vince un meritatissimo David, ricordando a tutti come la Seconda guerra mondiale non sia un argomento già troppo dibattuto. Fotografato splendidamente e recitato con una naturalezza che spiazza, il film di Giorgio Diritti entra a pieno diritto tra i titoli più belli che raccontanto la memoria del nostro Paese.

2- The Town, per chi scrive, è un piccolo gioiello. E' un intreccio di generi: un po' di polar (incontro tra poliziesco e noir) e molto heist movie (rapine). E' un'opera coraggiosa nei toni che porta la firma di un regista, Ben Affleck, che non è più una sorpresa. Palese il tributo, nei testi e nella caratterizzazione dei personaggi, al miglior cinema di Michael Mann.

1 – Il miglior film del 2010 segna un'epoca. The Social Network non è solo un film recitato alla grande e girato magistralmente. E' un compendio di cinema maturo, nel quale si fondono perfettamente una sceneggiatura inossidabile, una colonna sonora da urlo e una capacità di avvincere lo spettatore che non si registrava da anni. Auspicabile una meritata messe di premi agli Oscar.

domenica 28 novembre 2010

CATTIVISSIMO ME. MOLTE IDEE CHE DANNO UN'ALTERNATIVA


I lungometraggi di animazione, da circa 10 anni, si dividono tra Pixar e non Pixar. Difficile definire un film Pixar. Negli anni i vari Bird, Lasseter e Stanton hanno tirato fuori una serie di capolavori naturalmente ineguagliabili (Nemo, Monters&co., gli Incredibili,Ratatouille,Up). Facile definire un film non Pixar: debole. Storie straviste, personaggi che troppo devono ai classici Disney, dialoghi a volte senza senso e, soprattutto, tematiche adulte neanche minimamente abbozzate. Esempi? Kung-fu Panda, Shark tale, un paio di Shrek, il secondo Madagascar,la Gang del bosco, Koda fratello orso, Mucche alla riscossa. 'Cattivissimo me' si piazza proprio nel mezzo: è un film intelligente che non proviene dalla Pixar.

In breve: il signor Gru, di professione, fa il ladro di celebri monumenti. E' scorbutico, permaloso, legatissimo alla madre. Con lui vivono soltanto una miriade di piccoli esserini, chiamati Minions. Un giorno Gru conosce tre piccole orfanelle. Prima le usa per entrare nella reggia del suo acerrimo rivale Vector. Poi, però, lentamente ne rimane conquistato. E la prova finale sarà molto più difficile che rubare una semplice piramide.

La pellicola di Pierre Coffin e Chris Renaud (Illumination entertainment) non inventa niente di che. Ma ciò che si vede è fresco, scattante, sorprendente visivamente. La suite musicale orchestrata da Pharell Williams sembra uscita da un poliziesco americano anni 70: accattivante. La storia non vive di colpi di scena. Ma vive di personaggi.
Il burbero Gru, ufficialmente il figlio del critico Anton Ego (Ratatouille), è solo il divertente perno sul quale girano una serie di personaggi memorabili. I Minions, cugini degli Oompa Lumpa, sono inarrivabili: ognuno di noi vorrebbe averli a casa propria. E ogni minima gag con loro funziona. Le tre orfanelle sono adorabili. E quando le si sente parlare della voglia di essere adottate, si fa fatica a trattenere la lacrimuccia d'ordinanza. Il villain Vector sembrerebbe uscito direttamente da 'Gli Incredibili'. Ripetitivo? Forse. Ma un paio di sue battute sono folgoranti. E infine l'algida mamma. Più cattiva del figlio. E tremendamente familiare.

Un film che supera il 'già visto' con un ritmo indiavolato. Non un cartone adulto come 'Up'. Ma ci si avvicina. Un'opera che si pone a metà tra 'Coraline' di Selick (un capolavoro, per chi scrive) e appunto 'Gli Incredibili'. La piccola Margo è la piccola Boo (Monster&co., del quale si attende nervosi il sequel) con 2-3 anni in più? Prendiamolo come un affettuoso omaggio per chi sembrerebbe inarrivabile. Si, c'è vita oltre la Pixar.

giovedì 18 novembre 2010

THE SOCIAL NETWORK: UN FILM CHE FOTOGRAFA UN'EPOCA E SEGNA LA MATURITA' DI DAVID FINCHER


In una sera d'autunno del 2003, dopo essere stato mollato dalla sua fidanzata, lo studente di Harvard Mark Zuckerberg, un genio dell'informatica, siede al suo computer e inizia con foga a rubare tutte le foto delle studentesse delle università cittadine. Crea un sito, ci ficca dentro tutte le foto, chiede agli utenti di votarle. Ventimila contatti in due ore e il sistema informatico di Harvard va in crash. L'impresa viene notata da tre studenti, che chiedono a Mark di creare una nuova community che sia altra rispetto a MySpace: ognuno dovrò poter metterci la propria biografia, con tanto di foto. Siamo agli albori di Facebook.

Che cosa rende un film un'opera epocale? Che cosa lo consacra immortale perché attaccato col bostik a un preciso periodo storico? Non è sicuramente un attore, piuttosto che un'attrice particolarmente quotata. E' solo il racconto, la capacità di inquadrare quegli anni, che fa la differenza. Due film epocali sono 'Il Laureato' (1967, di Mike Nichols, culto) e 'Cinque pezzi facili' (1970, di Bob Rafelson con uno splendido Jack Nicholson). Avevano dentro un moto di rivoluzione: lo spettatore di oggi può utilizzarli per capire quel periodo. 'The Social Network', ottavo lungometraggio di David Fincher, è un film epocale perché fotografa gli anni zero in maniera perfetta. In più, secondo chi scrive, è l'atteso film della maturità per il 48enne regista americano, reduce dal buco nell'acqua del megapolpettone 'Il curioso caso di Benjamin Button'.

E proprio dal 'Curioso caso' si dovrebbe partire. Fincher, più a suo agio con una storia che abbia un sapore investigativo, rispetto al suo ultimo film si trasforma. Niente lungaggini e niente virtuosismi da kolossal. 'TSN' è una pellicola asciutta, acuta, pulita, adulta. Ci sono tutti gli ingredienti del tuo libro preferito: amore, tradimenti, gelosie, sesso, denaro, sete di potere, solitudine. La scelta di raccontare l'ascesa dell'idea (rubata? A voi il giudizio) del gelido Mark Zuckerberg attraverso due indagini legali è assolutamente vincente. La sceneggiatura di Aaron Sorkin, sorretta da una raffica di dialoghi geniali, riesce a dare un ritmo tale al film che le due ore planano. Non esistono attimi di stanchezza: un po' per la regia di Fincher, genitore di una serie di trovate notevoli (il campo-controcampo della litigata iniziale tra Mark e la fidanzata, il montaggio frenetico durante la creazione di 'facemash', la geniale visualizzazione in ombra/luce dei gemelli Winklevoss). Un po' per la fantastica colonna sonora del duo Trent Reznor (Nine Inch Nails) - Atticus Ross (autore del bellissimo score di 'The Book of Eli'). Ai due, tanto per intenderci, si perdona anche il clamoroso plagio dell'intro di 'Boys&Girls' dei Blur.

E questo è il Fincher che io amo. Non il Fincher ridondante del 'Curioso caso' o troppo cervellotico di 'The Game' e 'Panic room'. Il regista è tornato ai livelli dei suoi tre film migliori, ovvero 'Seven, 'Fight Club' e 'Zodiac'. E' tornato a raccontare delle storie in maniera personale, senza eccessi. Ha ricominciato a farlo con freddo realismo e con la capacità rara di avvincere lo spettatore che tutti gli riconoscevano. Un film adulto come questo, cioè un film che sa affascinare soltanto attraverso la forza dei dialoghi, segna il raggiungimento della definitiva maturità artistica.

E il messaggio? Un film epocale parla da solo. Eppure il regista non prende una posizione netta. Sospende il giudizio. Da una parte ci sono Mark Zuckerberg e tutte le persone che vorrebbero essere al suo posto. Dall'altro c'è Erika Allbright, la sua ex fidanzata, che se vogliamo rappresenterebbe tutte quelle persone che odiano i social network. Tanti amici virtuali significano soltanto solitudine. Un messaggio così banale non sarebbe da David Fincher. Infatti nessuna moralina, nessun metaforone. Facebook cresce ogni istante. Non lo puoi fermare, non riesci ad arginarlo, puoi solo scegliere se sottostare alle sue regole. Nessuno però, a proiezione finita, è costretto a scegliere dove stare. Nè per quanto riguarda la propria opinione sul fenomeno, nè per quanto concerne le singole battaglie legali (ogni personaggio ha la possibilità di dare la sua versione: Rashomon dice niente?). La scena finale è emblematica.

Sugli attori il discorso non potrebbe non essere entusiastico. In effetti un film ben riuscito, di solito, deve tanto alla compattezza del cast. Jesse Eisenberg dà vita a un protagonista freddo, nerd, stronzo, egoista. Ma anche a tratti generoso, sincero, ingenuo per quanto non attaccato ai soldi, semplice. Attore solido, farà strada. Andrew Garfield (attenzione: sarà il nuovo Peter Parker nel reboot di Spiderman di Mark Webb) invece è la rivelazione. Il giovane Eduardo Saverin è il personaggio più complesso. Saverin ama e odia Zuckerberg, e Garfield cattura questo mare di sensazioni contrastanti in maniera magistrale. Bravo anche Justin Timberlake nei panni del creatore di Napster, Sean Parker. Timberlake deve fare lo sciupafemmine spiantato e furbastro: ci riesce alla grande e magari non ha dovuto sforzarsi poi tanto. In parte anche la fidanzata Rooney Mara, che nei pochi momenti che ha a disposizione tira fuori il meglio di sé. E, infine, una menzione d'onore per Armie Archer. Il biondone interpreta i due gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, olimpionici di canottaggio a Pechino e 'veri' padroni dell'idea Facebook. Non avevo capito che l'attore fosse uno solo. Quindi, gabbato dall'effetto speciale, devo dare merito ad Armie, interprete di due gemelli mai troppo simpatici né troppo antipatici che rimarranno nella memoria (mitica la scena di loro due a confronto col rettore di Harvard).

Cosa aggiungere? Facebookiamo? Fai il refresh? Aggiorni la bacheca? La foto è figa?
Ecco, 'The Social Network' è un film cool, figo. Non c'è pubblicità (effetti speciali), non si paga (attori inutili), niente che sia palloso. E' quello il segreto. La festa non può finire alle 11. E d'ora in poi, dopo aver chiesto l'amicizia a qualcuno, attendere la risposta di conferma non sarà più la stessa cosa.

giovedì 4 novembre 2010

LA PASSIONE: LO SPETTATORE SUBISCE L'ENNESIMA FICTION TRAVESTITA DA FILM


Un regista praticamente sull'orlo del ritiro e in crisi d'ispirazione (Silvio Orlando) viene ingaggiato per dirigere la rappresentazione della Passione di Cristo in un piccolo paese toscano. Qui combatterà con la propria incapacità di riscatto e con una piccola comunità sostanzialmente immobile. E' difficile commentare un film senza capo né coda come 'La Passione' di Carlo Mazzacurati. Noioso, inconcludente e privo di un qualsiasi significato evidente. Non riesco a capire come si possa finanziare un film del genere. Non vedevo una pellicola così inutile dai tempi dell'ormai mitologico 'Million Dollar Hotel' di Wim Wenders. Mentre subivo la proiezione mi sforzavo di trovare un senso alla trama, un senso ai personaggi, un senso allo sviluppo della pellicola. Arrivato alla fine, soppesato l'imbarazzante finale, mi sono chiesto perché. Cosa avrà voluto comunicare Mazzacurati? Lo straniamento di un artista davanti a un mondo nel quale non si riconosce più? Originale.

Ma andiamo con ordine: qual è il principale difetto del film? E' quello dei prodotti medi del cinema italiano attuale. Sono delle fiction trasposte sul grande schermo. La regia monocorde, i dialoghi inutili, le musichette fastidiose e, non ultima, l'immancabile presenza di personaggi macchiettistici che neanche la domenica sera su Rai Uno. Purtroppo il cinema italiano soffre di questa grave malattia. E fin quando il pubblico chiederà di vedere filmetti finanziati con 4 soldi, anziché opere autoriali che diano un contributo artistico, saremo costretti a sorbirci infiniti calici amari.

Poi la sceneggiatura. Mazzacurati, del quale avevo visto un paio di discreti film (Il toro, La giusta distanza), butta giù un copione inconcludente, dove i personaggi fanno cose senza senso con supremo sprezzo del ridicolo. Il protagonista è un regista sfigato che non ha voglia di fare niente, e che di riflesso trasmette allo spettatore una specie di ignavia latente. Il personaggio di Kasia Smutniak, che avrebbe meritato uno sviluppo migliore, sta lì a guardare il film da dentro da spettatrice non pagante. Il primo caso di metacinema inconsapevole. Corrado Guzzanti, a dir poco sprecato, capeggia una serie di macchiette di paese che vorrebbero far sghignazzare, ma che imbarazzano per insipienza. La Capotondi regge sulle sue spalle tutta la critica di Mazzacurati al sistema cinema. Mah.

Quando mi chiedono: “Ma ti piace il cinema italiano? Non ne parli mai”. Io rispondo da snob: “Mi limito a Sorrentino, Crialese, Garrone e ovviamente Nanni Moretti”. E' una frase limitativa e scontata. Ma dopo aver visto certi film, quasi mi darei ragione.

venerdì 15 ottobre 2010

THE TOWN, LA SECONDA SPLENDIDA VITA DI BEN AFFLECK


Ogni fan di Michael Mann, in maniera religiosa, dovrebbe trovare un angoletto nella propria casa, incastrarci una specie di altarino e metterci su una foto di Ben Affleck.
Se 12 anni fa, alla fine della proiezione di 'Armageddon', qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei glorificato il regista Affleck, sicuramente non gli avrei creduto. E invece mi trovo qui, esausto, a dire non solo che 'The Town' è il miglior 'robbery movie' (film basato sulle rapine) dai tempi di 'Heat'.

Ma anche che Ben Affleck è riuscito nell'impresa più difficile. Quella di non sbagliare l'opera seconda, quella storicamente più impegnativa per i giovani talenti (Chiedere a: Richard Kelly, Bryan Singer, Darren Aronofsky, Joe Carnahan ecc.). Già perché 3 anni fa in molti sobbalzarono sulla sedia davanti a 'Gone baby gone'. Il nuovo film di Ben Affleck fa di più: vince e convince.

La storia è semplice. Siamo a Charlestown, quartiere di Boston dove tutti (o quasi) rapinano banche per diletto. Il protagonista (Affleck) è un genio organizzativo e guida una banda di rapinatori. Non sanguinari, non violenti: semplicemente puliti e perfetti nell'esecuzione. Un giorno però qualcosa va storto (e qui entra in gioco il rimando a 'Heat'): il braccio destro di Affleck (Renner) per la fuga dopo il colpo si porta appresso un ostaggio, il direttore di banca.
La rapina riesce. Tutto bene? Non proprio: quel direttore di banca, rilasciato dopo la fuga, è una donna che rimane scossa per l'accaduto. Affleck decide di sincerarsi del suo decorso post traumatico. Siamo appena all'inizio del film.

Per una trama così lineare, colpisce la sicurezza del regista. Il rischio era concreto: perdersi e inciampare in una serie di luoghi comuni da serie tv di bassa lega. Invece Affleck sa cosa fare e dimostra subito di avere un pregio: lui, oltre a farlo, il cinema lo guarda. Conosce gli autori e le regole del genere: c'è Mann in tutta l'amicizia virile che lega lui e i suoi compagni. C'è Peckinpah nel crepuscolarismo di personaggi che in verità sono degli antieroi. Conosce Don Siegel e schiaccia l'acceleratore proprio nelle scene d'azioni più complesse. I dialoghi non sono mai banali, il film ha un ritmo sostenuto che non annoia, l'ambientazione urbana è di notevole impatto. E poi la profondità dei personaggi, il punto forte della pellicola. Affleck dà vita a un capobanda gentiluomo memorabile. E' un Neil McCauley (De Niro in 'Heat') meno cinico. Ma anche lui applica la famosa regola: “se vuoi fare il lavoro del rapinatore non devi avere affetti o fare entrare nella tua vita niente da cui non possa sganciarti in 30 secondi netti se senti puzza di sbirri dietro l'angolo”. E tanto mi basta.

E che dire di Jeremy Renner: la sua interpretazione conferma che le lodi ricevute per 'The hurt locker' non erano casuali. Rebecca Hall ci regala una protagonista femminile intensa, sofferta, che nelle scene finali del film ci strappa via il cuore per l'emozione. Convince anche il ritratto del poliziotto Jon Hamm. Lui probabilmente ha un faccione a modo troppo da serial televisivo. Ma il personaggio è scritto bene e la sua interpretazione regge.

E poi le rapine: adrenalina. Non è una cosa scontata: la spettacolarizzazione dei colpi in banca è un'arma a doppio taglio: puoi passare dalla noia all'esaltazione in un decimo di secondo. Invece Affleck non si abbandona ai fronzoli e ci regala un inseguimento in macchina tra i vicoli da antologia. Steve McQueen apprezza e ringrazia.

Infine....il finale. Tanto romanticismo mi ha decisamente spiazzato. E quell'espressione del volto di Affleck alla finestra, che in un attimo passa dalla delusione alla felicità pura, riassume da sola il concetto di complicità tra un uomo e una donna.
L'unico difetto: il solito Ben che si spara una marea di pose e che non si risparmia una-inquadratura-una che lo faccia apparire bello bellissimo.
Ma, a parte questo, davvero complimenti.

mercoledì 13 ottobre 2010

INCEPTION. IL GELO NELLA MENTE. E NEL CUORE.


Può, un film sui sogni, far raggrinzire dal freddo lo spettatore? Questo mi è capitato, con 'Inception'. Alla fine della pellicola non riuscivo a dare una forma alla mia opinione. E ancora adesso, dopo giorni di faticosi ragionamenti, probabilmente non padroneggio una posizione e avrò bisogno di una seconda visione.

E non è colpa della tanto sbandierata sceneggiatura impossibile di Christopher Nolan. No. Alla fine di 'Donnie Darko', oppure di 'Mulholland Drive', pur dovendo ancora fare i conti con dei punti oscuri, ero sicuro che qualcosa fosse cambiato dentro di me. Non con 'Inception'. Un film ambizioso, nuovo, intelligente. Ma gelido. Una stalattite.

Sinossi del film: DOM COBB (LEONARDO DICAPRIO) È UN ABILE LADRO, IL MIGLIORE ASSOLUTO NELL’ARTE PERICOLOSA DELL’ESTRAZIONE, CHE CONSISTE NEL RUBARE SEGRETI PREZIOSI DAL PROFONDO DEL SUBCONSCIO DURANTE LO STATO DI SOGNO, QUANDO LA MENTE È PIÙ VULNERABILE. LA RARA CAPACITÀ DI COBB HA FATTO DI LUI UN GIOCATORE AMBITO NELL’INFIDO MONDO DEL NUOVO SPIONAGGIO AZIENDALE, MA NE HA ANCHE FATTO UN LATITANTE INTERNAZIONALE E GLI È COSTATO TUTTO CIÒ CHE HA MAI AMATO. ORA A COBB VIENE OFFERTA UNA POSSIBILITÀ DI REDENZIONE. UN ULTIMO LAVORO POTREBBE RESTITUIRGLI LA SUA VITA, MA SOLO SE RIUSCIRÀ A REALIZZARE L’IMPOSSIBILE-INCIPIT. AL POSTO DELLA RAPINA PERFETTA, COBB E IL SUO TEAM DI SPECIALISTI DEVONO FARE IL CONTRARIO: IL LORO COMPITO NON È QUELLO DI RUBARE L’IDEA, MA DI PIANTARE UNA.

Veniamo a due punti di valutazione. 1- la filmografia di Chris Nolan. Quarant'anni, 6 film alle spalle, le speranze di mezzo mondo sul groppone quale nuovo eroe della New Hollywood. Nolan era atteso al varco: alcuni avevano parlato di film 'definitivo'. Altri ritenevano giustamente 'Inception' un passaggio fondamentale: budget altissimo, libertà sconfinata (cosa inusuale per un budget così alto), e soprattutto una pellicola che si andava un po' a posizionare come sublimazione di un lungo percorso. Dal capolavoro 'Memento' (per me resta il suo masterpiece), passando per 'The Prestige' e per il riavvio del franchise di Batman, Nolan aveva fatto montare l'attesa. E soprattutto aveva stabilito quali fossero i temi del suo cinema: la mente, la memoria, il passato, la lotta del protagonista contro se stesso. Purtroppo, a mio modo di vedere, 'Inception' non rappresenta un passo in avanti nella maturazione del regista. Perché il film tratta si tutti quei temi, ma senza aggiungere niente al già collaudato ingranaggio nolaniano.

E qui veniamo al punto -2. La sceneggiatura. Scritta dal regista in perfetta solitudine, uno script covato da un decennio. Il plot del film è molto figo, molto cool, molto complesso. Ma è tremendamente statico. Non c'è un attimo di stupore visivo. Lasciamo perdere il sistema per addormentarsi (vogliamo recuperare i pad collegati alle bioporte di 'Existenz' di Cronenberg? Vogliamo risvegliare i marchingegni di 'Se mi lasci ti cancello'? Caro Nolan, mah). Parliamo delle immagini. Di cosa sono fatti i nostri sogni? Spesso di cose senza senso. Potrei incontrare mia madre vestita da Gabibbo che serve del tè in Indonesia. Potrei anche incrociare Kim Basinger che mi ferma per leggermi 'Anna Karenina' in finlandese. I sogni sono l'assurdo. Non per i protagonisti di Nolan. Passi per uno di loro: stiamo parlando di soggettività. Ma possibile che tutti si addormentino per sognare perfette metropoli post moderne? E' questo per me il grande difetto del film. Il sostanziale gelo di fondo. I protagonisti sono delle macchine. Le ambientazioni sono dei magnifici salotti dove tutto si sta per compiere in maniera meccanica. E niente stupisce. L'ambizione di entrare in un sogno altrui, al fine di indurre un'idea, è sicuramente affascinante. Ma se tutto di riduce a un'operazione di spionaggio con una serie di scontri a fuoco...io non riesco a farmi trascinare.

La città che si ripiega su se stessa? Oddio, non mi sono strappato i capelli. La storia del 'calcio'? Ingegnosa, ma la storia del 'limbo' è una scappatoia troppo semplice. E poi le lunghe spiegazioni: inaccettabile che ogni 5 minuti uno degli attori fermi il film per spiegare cosa è successo 10 minuti prima. E il cinema? E l'interpretazione? Ecco: volevo un po' di visionarietà applicata al consueto razionalismo nolaniano. E qualche concessione all'ironia: ma in 'Inception' le battute sono 2 o 3, e Di Caprio si prende così sul serio che sembra stia ancora interpretando l'indimenticabile Billy Costigan di 'The Departed'.

Il cast merita un discorso a parte. Di attorini ce ne sarebbero. A Joseph Gordon-Levitt sembra che abbiano ammazzato il gatto un attimo prima del ciak: monodimensionale. Ellen 'Juno' Page è completamente fuori ruolo. Di Caprio è bravo, ma poco credibile nel suo tormento interiore che non raggiunge lo spettatore. Marion Cotillard avrebbe un ruolo interessante, ma le sue apparizioni sono poche e sacrificate per dar spazio alla farraginosa macchina narrativa. Si salvano il glorioso Ken Watanabe (malgrado il pessimo doppiaggio italiano), che con una smorfia ti dice già tutto, e il sottovalutato Cillian Murphy, forse il personaggio più empatico di tutto il film.

Veniamo alla parte buona. Alcuni recensori hanno criticato l'eccesiva invasività della colonna sonora. A me invece ha convinto. La storia appassiona, almeno fino a quando i livelli del sogno sono fermi a 2. La macchina spettacolare è notevole. Non ci si annoia mai. L'inizio è trascinante: ho sempre adorato la scelta di questo regista di iniziare i film in MEDIAS RES. I pochi momenti visionari del film sono azzeccati: penso a una locomotiva che sbuca all'improvviso, o alla stanza in cui il vecchio miliardario attende l'ultima parola del figlio.

Sarà che odio quella sensazione di essere davanti a un colossale esercizio di stile. Ecco, 'Inception' a tratti mi è sembrato un tentativo autocelebrativo. Troppo presto, Chris. Per il film definitivo c'è ancora tempo.

domenica 23 maggio 2010

POLANSKI, QUANDO L'AUTOBIOGRAFIA AL CINEMA E' UN PASSO INDIETRO


“Questo tribunale è una farsa”. Parola di Roman Polanski. O meglio, un pensiero del regista attraverso la voce di Pierce Brosnan. Accade nelle umide, acquatiche atmosfere di 'L'uomo nell'ombra' (The ghostwriter). L'ennesima fetta della stessa torta: nella pellicola ci sono tutti i temi più cari al cineasta. La discesa nell'incubo non è paragonabile né a 'Rosemary's Baby' (1968), né a 'L'inquilino del terzo piano' (1976). Sopravvive però quel senso di oppressione del protagonista, impotente davanti alla roulette del fato, che sta per fermarsi su un numero rosso.

Quel colore che, circa a metà film, fascia Olivia Williams, la moglie del premier inglese che forse si è macchiato di crimini di guerra. Un rosso improvviso: è arrivato il diavolo. La donna è Lucifero e vuole portarsi a letto l'ignaro ghostwriter Ewan McGregor, uomo qualunque assoldato per buttare giù la biografia di un leader politico chiacchierato. Il protagonista vorrebbe fare solo il suo lavoro. Ma è costretto ad affrontare una ex first lady misteriosa, l'oscuro passato del suo cliente e la strana morte del biografo che lo ha preceduto.

Troppo prevedibile, Roman. A metà film la tua roulette potrebbe sorprenderci e slittare sul nero. Purtroppo è inchiodata sul rosso. Un intreccio troppo convenzionale vanifica l'ottimo effetto ottenuto tramite atmosfera e ambientazione. Ci sono tutti gli ingredienti straconosciuti del tuo cinema. I sostenitori più accaniti apprezzeranno. Ma è lecito, dopo le ottime aurore de ' Il pianista' e 'Oliver Twist', aspettarsi di più. L'estemporaneo dileggio del tribunale dell'Aia, poi, sa di personale, con le dovute proporzioni. Ci sta e fa sorridere, ma uno spunto simile avrebbe meritato un plot più solido.

In definitiva, un passo indietro perdonabile a una leggenda. Ma confido nel futuro: che siano nuovamente note di libertà. I tuoi fan e il cinema ne hanno bisogno.

domenica 16 maggio 2010

DRAQUILA, L'AFFRONTO CON POCA SATIRA E MOLTO GIORNALISMO


Un cittadino aquilano sorride alla telecamera. Afferra fiero, incredulo, un vaso di plastica con dentro delle spighe di grano, finte. Il contenitore è griffato 'Protezione Civile', con tanto di stemma. Tra le tante sequenze evocative di 'Draquila' questa, per chi scrive, è la più rappresentativa. Pochi istanti per racchiudere il punto di vista di tutta un'inchiesta. Non un documentario: nessuna narrazione. Una tesi invece. Ben sviluppata, argomentata, con un filo di retorica politica che a tratti stanca, a tratti diverte. Questo è il monstrum della Guzzanti. Morale della favola: tante chiacchiere inutili su un prodotto che andrebbe analizzato per quello che è, e non per quello che si ha paura che sia.

Impossibile depurarsi dalle polemiche di casa nostra. Ma proviamo ad analizzare 'Draquila' da esterni, come se fossimo degli spettatori groenlandesi. Si parte da un fatto di cronaca, il terremoto in Abruzzo del 6 aprile 2009. Si analizza l'intervento ricostruttivo. Si ragiona sui soldi spesi. Si fa la conta di chi è intervenuto e di come lo ha fatto. Si ascoltano cittadini, istituzioni, enti, associazioni. Insomma, una torta con tanti gusti. E uscita bene. Il sapore può piacere o non piacere. Ma credo che si possa convenire sulla genuinità dell'operazione: 'Draquila' è un'inchiesta con pochi fronzoli. Pochissima satira vera e propria, se è vero che vediamo la Guzzanti che imita Berlusconi si e no per due minuti. Una robusta critica giornalistica, invece, alla legge che dà poteri indefinibili alla Protezione Civile. Che è la vera protagonista dell'indagine. Un meltin pot di belle inquadrature, immagini di repertorio e numeri di varia natura. Il ritmo cinematografico c'è, e la mente corre al più illustre predecessore, quel 'Bowling for Columbine' di Michael Moore che hanno visto in pochi.

Arriviamo ai rischi. In fin dei conti, quasi tutto quello che ci viene mostrato è già stato raccontato dai quotidiani italiani. Dov'è il pericolo? Che all'estero ci giudichino male? Se è vero che nel Nord America, mediamente, un'inchiesta video costa quanto tutto il budget che la Rai annualmente mette a disposizione per i documentari, ci accorgiamo che il mondo non prenderà 'Draquila' come un'anomalia. Una spesa del genere sottintende una cultura, in America come in Scandinavia. Alla fine, in controluce, Sabina Guzzanti sembra suggerire una sottoconclusione: in fondo, noi italiani Berlusconi ce lo meritiamo. Ipotesi partigiana, ma legittima: non esistono inchieste senza un chiaro punto di vista. E se si ama il cinema, bisogna lasciar fare il proprio lavoro agli autori. Invitati o no, d'accordo o meno.

domenica 25 aprile 2010

ALICE NEL PAESE DELLA NOIA


Noioso cominciare con un “ve l'avevo detto”. Più semplice esordire con una convinzione: 'Alice in Wonderland' è il film più fiacco e deludente di Tim Burton. Difficile non pensare alle pastoie disneyane. Difficile non credere che una cosa è dare vita a una sceneggiatura di John August (Minority Report,Big Fish,La Sposa cadavere). Un'altra è seguire un copione di Linda Wolverton (Il Re Leone....). Spesso, purtroppo, certi dettagli diventano decisivi.
Ma al di là dei difetti dello script, la domanda che sorge è un'altra: dov'è finito il Burton che amiamo? Le visioni, le follie, i colori, le citazioni, la cattiveria, la fiaba nera...che occasione sprecata.
Partiamo dalla storia. Telefonata è un eufemismo. Tutto quello che vedi già te lo aspetti 4 secondi prima. Il viaggio di Alice è previsto e conformista. Lo stupore è un dettaglio. La passività della protagonista, l'insipida Mia Wasikoska (roba che la Christina Ricci di 'Sleepy Hollow' è da Oscar), diventa anche la passività dello spettatore, trascinato a forza in questa carrellata di personaggi. Tutti, rigorosamente, appaiono come ce li si aspetta. E via verso questo benedetto giorno 'Gioiglorioso', col rischio di addormentarsi prima della fine.
Passiamo ai temi burtoniani. La critica alla plastificata società americana. Sopravvive nella stramba corte della Regina Rossa. Quei nasi finti, quelle panze posticce da commedia dell'arte. Il messaggio è chiaro. Tutto troppo breve però. Burton, non sei pervenuto.
Il rapporto padre-figlio. La partenza è incoraggiante. Si ma poi? Burton (o chi per lui) preferisce sbrodolare con i 'Tagliategli la testa', anziché approfondire l'incidenza della memoria paterna nei sogni di Alice. Anche qui, il buon Tim non è pervenuto.
I teneri freak burtoniani. Difficile non pensare a Jack Sparrow, Willy Wonka e Ichabod Crane quando comincia a saltellare il Cappellaio Matto di Depp. Un grande attore, per carità. Ma se continua così, rischia di aggrovigliarsi sulla parodia di se stesso e perdere, così, credibilità. Forse, Tim, avrebbe potuto dirigerlo in maniera diversa. Insomma, il freak stavolta è troppo colorato, troppo 'già visto'. Troppo.
Ho visto Tim Burton in quelle dita mozzate maneggiate dalla Regina Bianca (Anne Hathaway, per me la migliore). Quanto, 10 secondi? Non ho mai sentito il cuore fremere. Non ho mai visto la telecamera rischiare.
Ho assistito all'ennesima operazione puramente commerciale, dove il tocco autorale è stato inibito.
Triste che anche il buon Tim, notoriamente diffidente verso i meccanismi hollywoodiani (Sweeney Todd aveva chiarito questa lontananza d'intenti), forse per ragioni imponderabili si sia dovuto allineare.
Sogno un nuovo film di Burton senza la Bonham Carter e Depp. Sarebbe già un buon punto di partenza. Intanto questo, deliranza o non deliranza, sarà dimenticato molto velocemente.
Ed è la cosa peggiore che possa capitare, nel Cinema.